HÅN – Breathing The Void

by Matteo Ferro

E’ una bella sorpresa ritrovare una band di cui mi ricordo molto bene. Conosco gli Hån già dal loro precedente “Facilis Descensus” del 2016 e il ricordarli ancor’oggi nonostante le innumerevoli band passatemi davanti, sta a significare che il forte marchio a fuoco lasciatomi anni fa brucia ancora. Già dall’ artwork con cui si presentano, è inevitabile che il tutto ha subìto una crescita nella band e non posso non affermare che il cambiamento (in meglio) oltre alla veste grafica, lo si percepisce e lo si vive anche nell’aspetto compositivo. I suoni risultano sicuramente di maggior impatto, a differenza del loro album precedente che nonostante l’aggressività, risultava forse un pò piatto e decisamente meno “pulito” sul lato sonoro. Una delle cose che apprezzo di più (oltre alla dimensione lontana in cui ti trasportano le tracce) è decisamente l’aggressività fredda e secca del vero black metal che ancor’ oggi riescono ad evocare in tali composizioni. Non voglio sembrare di parte, ma trovo i brani degli Hån delle vere e proprie “composizioni”, molto diverse tra loro e che fanno sognare e tornare indietro nel tempo i più nostalgici blackster col pedigree. Quando si parla di album (positivamente) marci, questo è uno di quelli da medaglia, queste sono le sonorità da tenere in considerazione, questo è il disco che scaturisce tutto il male che c’è nel true black metal. Di rievocazioni sonore ce ne sarebbero a vagonate e sono totalmente convinto che gli amanti dell’ underground black metal mi confermeranno che tutto ciò spacca, come spaccano gli Avsky, i Sielunvihollinen, i Dodenkrocht, anche se non voglio assolutamente sprofondare nel discorso cloni, ma bensì esplicare a livello sonoro a cosa si va incontro ascoltando queste bestie di Satana, nonostante gli Hån abbiano un tiro e un carisma tutto loro, su cui vale sempre la pena soffermarsi. Credo che questo album sia uno dei migliori che ho avuto la fortuna di ascoltare in questo freddo febbraio, dove i suoni e la determinazione fanno da perfetta colonna sonora. I brani da segnalare, che emergono maggiormente per la compattezza e l’impatto sono molteplici. Sicuramente i miei preferiti sono: “Breathing the Void”, “Olethrus” (che nomino come mia preferita dell’intero lavoro), “Asterion”, “Goatman” dal sapore più malinconico e meno veloce fra tutte. So di essere da sempre quello che quando recensisce, va a cercare il pelo nell’uovo, ma ciò che sto per affermare non deve essere visto assolutamente in modo negativo (per chi lo ascolterà, tanto meno per la band), e vuole essere solamente riportato al fine di migliorare ancora ciò che c’è da migliorare: Il finale. Il pezzo finale lo avrei sostituito con qualche altra traccia dell’album, perchè non è abbastanza diretto e determinante come l’intero “Breathing The Void” . Sono rimasto un pò con l’amaro in bocca, perché mi aspettavo un pezzo “da spettino”, ma probabilmente tale scelta è stata fatta in modo consenziente e per vari motivi dalla band. Ciò nonostante, un disco bello, ma bello bello, con sonorità fredde, determinanti e che regalano una boccata d’aria al panorama black, a differenza di tante altre band che pur volendo far sentire che di suonare e comporre sono dei  maestri, spesso portano a far diventare gli album davvero pesanti da buttar giù (e non per la ferocia e la varietà di idee). L’underground è sempre stato un movimento del black in sordina, per pochi ma non per tutti, ma se tutto quello che ho ascolto sino ad ora è stato frutto di tutto questo underground, allora lo ringrazio, perché agli Hån l’underground fa davvero bene. Ha decisamente fatto crescere tutto, impatto e maturità compositiva, per una band che ripensando al precedente lavoro non riconosco. Ma ciò è un bene , perché sono cresciuti egregiamente. Album così sono da ascoltare almeno qualche volta al giorno, ma spero di non dover aspettare troppo per gustarmi altre perle nere di questa band, di cui  ancora una volta mi porterò dentro un bel ricordo.

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