SATYRICON – Deep Calleth Upon Deep

by Giuseppe Piscopo

Parlare dell’ultimo, atteso album dei Satyricon, a poco più di vent’anni da quello che è stato uno dei picchi compositivi di un intero genere, non è facile. Accantonata ormai da un bel po’ di album il black metal canonico (impossibile dire se a torto o a ragione senza appellarsi al gusto personale), il duo di Oslo continua nella sua evoluzione no compromises con “Deep Calleth Upon Deep“, un album che, nelle parole di Satyr, è punto di rottura e nuovo inizio nella carriera della band.
I primi due brani rilasciati hanno fatto storcere più di un naso, per via delle scelte compositive e di produzione: le prime a metà tra il banale e il collage forzato di riff e sezioni varie, le seconde per via del suono che segna volutamente una regressione rispetto ai quelle bombastiche e più pulite dei lavori più recenti. Se a livello di suoni, però, il discorso migliora ascoltando l’opera nel complesso, le composizioni non sempre centrano il bersaglio: pur non essendo eccessivamente prolisse (la durata totale resta poco sotto i 45 minuti) spesso le tracce sembrano trascinarsi più del necessario, come nel finale di “Midnight Serpent” o in “To Your Brethren in the Dark“. Altri brani soffrono del problema opposto, ovvero troppa carne al fuoco e sezioni che sembrano fare a pugni tra loro non trovando un filo conduttore ideale: esempio più eclatante a questo proposito è “Dissonant” la quale, pur regalandoci uno dei momenti più alti del disco quando i Nostri decidono a spingere sull’acceleratore, si trova a fare i conti con delle transizioni non sempre azzeccate e sezioni che non convincono al cento per cento (complice anche la decisione di inserire un sassofono, che tuttavia non stona del tutto). Se da un lato è facile puntare il dito contro i Satyricon del 2017, però, è altrettanto vero che il disco presenta qualche episodio valido nonostante non si gridi mai al miracolo: tra questi troviamo le già citate “Midnight Serpent” (specie la prima parte), certi frangenti di “Dissonant“, “Black Wings and Withering Gloom” così come tracce meno azzardate ma che hanno un loro senso di esistere, come “The Ghost of Rome” o la finale “Burial Rites“.
Siamo di fronte ad una band consapevole del proprio status: Satyr e Frost non hanno più nulla da dimostrare, produrre musica è ormai uno dei tasselli che compongono le loro vite e lo fanno senza dare peso alle voci dei tanti fan che invocano, inutilmente, un ritorno alle origini che non arriverà mai. “Deep Calleth Upon Deep”, checché ne dica il signor Wongraven, è un disco che in fin dei conti mostra in maniera evidente il suo legame con le produzioni recenti, sia per quanto riguarda alcuni elementi sparsi sia per il percorso evolutivo tutto sommato logico che si può notare da “The Age Of Nero” in poi. Se di rottura si può parlare, è da riferirsi ai suoni più grezzi e alle composizioni meno ruffiane e un po’ più ardite, le quali non sempre danno esito del tutto positivo. Sicuramente un album decisamente apprezzabile (anche se dopo svariati ascolti) che, pur non raggiungendo vette particolarmente elevate e seguendo tutto sommato un sentiero “sicuro”, si piazza mezzo gradino più in alto rispetto alle ultime fatiche discografiche dei due norvegesi.

Tracklist:

  1. Midnight Serpent
  2. Blood Cracks Open the Ground
  3. To Your Brethren in the Dark
  4. Deep Calleth Upon Deep
  5. The Ghost of Rome
  6. Dissonant
  7. Black Wings and Withering Gloom
  8. Burial Rite

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