LABYRINTH – Architecture of a God

by Dario De Marco

Sicuramente una delle sorprese più apprezzate in ambito metal in questa prima metà dell’anno 2017 è il ritorno sulle scene discografiche dei LABYRINTH. Il merito va alla Frontiers Records che ha personalmente contattato il duo chitarristico Andrea Cantarelli e Olaf Thorsen per una reunion con Roberto Tiranti, dopo circa sette anni di pausa dall’ultimo lavoro “Return To The Heaven Denied-Part. 2“. Per l’occasione la line up della band viene rinnovata insieme ai talentuosi Oleg Smirnoff (ex Death SS, ex Eldritch, ex Vision Divine) alle tastiere, John Macaluso (ex Mastercastle, ex Yngwie J. Malmsteen) alla batteria e Nik Mazzucconi al basso.

Viene così alla luce “Architecture of a God“, album autoprodotto e mixato da Simone Mularoni dei DGM, che possiede tutte le caratteristiche del tipico sound Power Metal con elementi Progressive dei LABYRINTH di “Return to Heaven Denied” e “Sons of Thunder“, ma con una maturità artistica più conclamata.

Quando mi sono ritrovato davanti alle tracks questo nuovo  “Architecture of a God” per la prima volta ho subito pensato che avesse tutte le carte in regola per poter diventare l’album dell’anno, tuttavia non è un lavoro di facile comprensione e richiede diversi ascolti prima di capirlo bene. “Architecture of a God” è un album complesso in cui si da grande spazio alle emozioni e sentimenti oltre ai tecnicismi: merito di questo sono i riff e le cavalcate chitarristiche ricche di melodia delle due asce Thorsen-Cantarelli, che fanno da leitmotiv a tutto l’album. Ad arricchire ulteriormente le atmosfere vi è l’impeccabile lavoro alle tastiere di Oleg Smirnoff con inserti elettronici che trascinano l’ascoltatore in un’altra dimensione. A valorizzare ulteriormente di più il lavoro di chitarre e tastiere ci pensano le sequenze ritmiche complesse del basso di Nik Mazzucconi e il drumming di John Macaluso che passa da sequenze a doppia cassa martellante (come in “Take on my Legacy“, il brano più spedito dell’album) ad una tecnica più raffinata (come ad esempio nella title track) .

Cinque musicisti davvero straordinari in grado di dare fascino, eleganza e strutture ritmiche complesse alle loro composizioni sulle quali si inserisce la splendida voce di Roberto Tiranti, frontman dalla voce limpida e cristallina che non teme rivali. Tutte qualità e caratteristiche che portano il marchio LABYRINTH e che si esprimono bene soprattutto nel lavoro magistrale nella title track.

Altri brani significativi sono il brano di apertura “Bullets“, la cui bozza risale ad anni prima, mantenendo invariato lo stile dei LABYRINTH di fine anni’90/primi duemila. La suggestiva “We Belong to Yesterday“, il cui riff viene spesso ripreso nel corso dell’album. “A New Dream” dove le melodie fanno da filo conduttore e fanno emergere un lato malinconico ma anche romantico e sentimentale, accentuato ancora di più nella splendida “Someone Says“, il mio brano preferito dell’album, da cui è nato anche un video suggestivo; “Take on my Legacy” e “Sturdust and Ashes” sono i brani più “arrabbiati” del full-lengt,  dove elementi più aggressivi e Thrash si mescolano bene ai tratti più canonici e Progressive della band. “Children” sembra invece richiamare il brano “Feel” dello storico “Return To The Heaven Denied”: si tratta di una cover strumentale di Robert Miles, brano di musica techno, sonorità a cui comunque i LABYRINTH sono sempre stati legati e anche in questa occasione si sono divertiti a dare anima ad un pezzo che, nella versione originale risultava abbastanza piatto; la conclusiva “Diamond” è un pezzo dai tratti Pinkfloydiani che da un senso finale di armonia.

In conclusione non posso fare altro che affermare che i LABYRINTH non potevano tornare in scena con un lavoro migliore dopo anni di silenzio; una band che meriterebbe molta più considerazione di quanta ne abbia avuta.

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