GATES TO THE MORNING – Return To Earth

by Sara Di Gaspero

I Gates To The Morning sono una band del New Jersey guidata dal mastermind Sean Meyers, la quale ha avuto una genesi articolata e sicuramente molto interessante. Il progetto nasce nel 2016 quando Meyers era uno studente della Montclair State University for Jazz Performance, che già ci permette di inquadrare un musicista dalle ispirazioni molto differenti dalle normali abitudini, che spaziano comunque anche in territori a noi familiari come i Tool e gli Opeth. Non a caso vari amici e colleghi universitari del Nostro hanno collaborato al completamento della sua visione musicale fino al debutto di “Return To Earth“, che analizzeremo in questa recensione. 

Innanzitutto è un concept album che ruota intorno a temi di sfida e trionfo, cadute e rialzi: testi struggenti e meravigliosi che accompagnano una visione musicale assolutamente atmosferica e a tratti melodica. Il post-black è un pretesto per disegnare paesaggi stupendi e minacciosi che però non perdono la loro delicatezza. I quattordici brani di cui è composto si dividono fra strumentali e brani cantati, di lunghezza compresa fra i sette e l’un minuto e mezzo. Scrivere una vera e propria descrizione di quello che andremo ad ascoltare è una piccola impresa: le atmosfere create possono essere liberamente interpretate a seconda di chi le ascolta, ma cercherò comunque di descrivere ciò che, oserei dire, “vedo” durante l’ascolto dei brani.

King Obscure“, la prima strumentale, sembra rievocare una foresta che si risveglia, con delicatissime note di chitarra e un pianoforte, strumento centrale dell’intero album che farà sfoggio di sé molto spesso. Sembra quasi di poter vedere i raggi del sole penetrare attraverso i rami degli alberi, la rugiada brillare sulle foglie; un’atmosfera dolcissima e piena di meraviglia. 

Terra Incognita” invece s’introduce con la chitarra elettrica, dando vita una certa malinconia; qui possiamo sentire finalmente la voce di Sean Meyers, che si divide fra il pulito e il growl in un momento puramente black metal. Arrivano anche i primi richiami ad un certo atmospheric/melodic black (i Bloodbark sono i primi che mi vengono in mente), grazie al pianoforte che accompagna l’intera sezione. L’ultimo minuto sembra addirittura sfiorare qualche tipica composizione facilmente ritrovabile nelle varie accezioni del core, aggiungendo un ulteriore sfumatura alla ricca tavolozza di cui i Gates To The Morning si servono per dipingere la loro musica. 

Con “Surveying Forgotten Landscapes” s’aggiunge il dettaglio di una chitarra acustica: l’atmosfera bellissima che si viene a creare con un bell’assolo di chitarra elettrica sembra veramente dipingere un panorama illuminato dal sole, addirittura una calda giornata sul fin dell’estate, si può sentire quel genere di malinconia sin dalle prime note. La canzone scende velocemente verso il silenzio all’improvviso, come se avessimo rivissuto il ricordo di quel preciso giorno e tanto velocemente se ne fosse andato.

My Star” si arricchisce di note di speranza, aiutata da alcuni bellissimi violini quasi cinematografici; l’aggiunta delle chitarre elettriche non stona affatto nel quadro. Un brano molto semplice che potrebbe quasi fingersi pop, piacevolissimo ed effimero, che senza alcuna interruzione passa a “Crossing The Abyss“, che si velocizza e lascia il posto ad una sfera più chiaramente black metal: anche qui ritorna quel sentore melodic a cui si è già accennato. Un altro assolo molto carino impreziosisce il brano, che rallenta e torna a velocizzarsi, concludendosi con un velocissimo fade e eleggendolo a piccola gemma dell’album.

La più lunga delle quattordici è “Freezing The Sundials“, ripetitiva e sognante nell’introduzione, melodica e brillante nel suo svolgimento, dove un lungo assolo si libra leggiadro. A metà cambia completamente in un veloce black metal, nervoso eppure delicato, ma ritorna dove tutto era cominciato, regalando una contrapposizione meravigliosa. Un’altra delle più belle presenti su “Return To Earth“.

La più particolare è “Chapel Perilous“, dal sentore antico e medievale grazie all’uso di arpa e chitarra acustica; il cantato in pulito sembra essere registrato in una cattedrale (o in una cappella, come suggerisce il titolo), ampliando ulteriormente l’effetto trasognante ed estremamente delicato che regala. Verso la fine del brano viene permesso ai due strumenti di esibirsi da soli, facendo ritrovare l’ascoltatore in un mondo fiabesco. Da brividi, di una semplicità disarmante.

Colpisce in pieno viso il black gelido di “Crestfallen“, totalmente inaspettato dopo il brano precedente. Una leggera tinta epic permea la composizione, che si rivela essere quella più attinente all’etichetta data ai Gates To The Morning. Il cantato femminile dell’ospite Meg Moyer aggiunge sì una carta inaspettata, ma il suo timbro vocale etereo non fa altro che omogeneizzare perfettamente questa canzone con il filo conduttore dell’album. 

La brevissima “Haunting The Third Chamber” è inquietante, soave, un vero fantasma che infesta le stanze di un buio castello gotico, sfiorando la realtà con timore; un intermezzo che permette all’ascoltatore una piccola pausa.

Chasing Shadows” riprende il filo inquietante introdotto dalla canzone precedente con un riff ripetitivo e cadenzato. Nella sua esplosione sembra richiamare certe atmosfere nello stile degli Opeth rivisitate però in chiave molto personale, con un pianoforte vertiginoso in sottofondo che si lascia andare in qualche dettaglio jazz. Verso la metà del brano la canzone assume colori diversi grazie ad una chitarra quasi hard rock/heavy metal (una minuscola citazione agli Iron Maiden è ben udibile), ma man mano riassume caratteristiche irose e glaciali. 

Con “Two Winters” si ritorna ad un mondo sognante grazie alla delicatissima introduzione di memoria Agallochiana, che man mano aumenta d’intensità e voracità. L’atmosfera sembra disegnare di nuovo una foresta, stavolta investita da una potente nevicata: il soave e il malinconico si sfidano nelle note di chitarra e nei tappeti di tastiere in sottofondo, anche la batteria decide di fare poco rumore per non rovinare questa meraviglia, che infatti sfuma verso il silenzio totale. 

Niente da dire su “Steadfast“, ripetitiva e triste, che raccoglie in sé tutte le caratteristiche descritte finora; si corona di un bellissimo assolo che anche stavolta viene lasciato sfumare nel silenzio. L’interruzione viene affidata ad una chitarra dai molti effetti. 

Rekindled” sembra una composizione prog, grazie al ritmo molto particolare che segue nell’introduzione e certe scelte melodiche prese nello svolgimento, prima di stravolgere completamente l’andazzo con un bel black veloce, tinto di melodic. I due aspetti si sfidano in una lotta all’ultimo sangue, giocando abilmente la carta di un altro assolo al cardiopalmo. 

La conclusiva title-track è un riassunto di tutto quello che stato detto, fatto e ascoltato finora, con il ritorno del cantato femminile e all’ausilio di un testo assolutamente meraviglioso. Tutte le atmosfere ascoltate si riuniscono qui, spaziando fra il malinconico e il sognante; la batteria sfida la velocità massima con il doppio pedale e la chitarra accompagna l’ascoltatore al finale. 

Si capisce perché la gestazione di quest’album ha richiesto molto tempo e così tanto lavoro: come prima prova non è per niente male, le atmosfere create sono assolutamente meravigliose e degne di un serio ascolto. Seppur il post-black spunta alle volte, è di qualità e non nasconde le usuali caratteristiche di ferocia e velocità. Le varie influenze del mastermind non si nascondo nello svolgersi dei quattordici brani, cosa molto gradita e che permette di apprezzare appieno le varie sfumature utilizzate in ogni composizione. Sicuramente c’è ancora del lavoro da fare, ma si può certamente aspettarsi davvero molto da questa band in futuro. “Return To Earth” è consigliato caldamente a chi apprezza l’atmospheric black metal, seppur veleggi verso l’ambito più post dello spettro. 

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