FOO FIGHTERS – Medicine At Midnight

by Loris Clerico

Quattro anni fa i Foo Fighters tornarono sugli scaffali con “Concrete And Gold”, che già all’ora come oggi, mi chiesi “Che diavolo è sta roba? Suona strana”. Anni dopo suona ancora così, stretta per essere i miei amati Foo.
Sarà che i tempi cambiano, sarà che la musica cambia, le idee, i gusti dei musicisti, che, ad oggi saranno alla ricerca di altri sound, ma io personalmente preferivo quelli di “Wasting Light” e “One By One”.
Questo di sicuro sarà un altro disco che lascerà un po’ di amaro in bocca a tutti, purtroppo… non soddisferà a pieno i palati dei vecchi fan della band, né di quelli più “recenti” come me.
Non c’è grinta, non sento l’energia, manca quella voglia di cantare a squarcia gola come in altri dischi, anche se delle vere pietre miliari della musica non le hanno mai tirate fuori dal cilindro, o per lo meno, non ancora.
Il disco è stato presentato da Dave Grohl come il loro “Let’s Dance”, riferimento al disco di David Bowie del 1983. Beh che dire, come sound sì, è vero che si avvicina molto ad un disco del genere, ma fermi tutti, non suona più Foo Fighters.
Sin dalla prima traccia “Making A Fire” risulta un disco sperimentale, infatti la sperimentazione cercata nel resto dell’album risulta poco riuscita. “Shame Shame” risulta una canzone pop suonata da una rock band, nel peggiore dei modi.
La title track ricorda molto appunto la sopracitata “Let’s Dance” che ha sicuramente voluto essere un omaggio al Duca Bianco.“Cloudspotter” suona strana nelle strofe, ma recupera un po’ nel ritornello, anche se alla fine non riesce a convincere… no, non è di sicuro una traccia che vorrei ascoltare dal vivo.
In più con una copertina strana al primo impatto, e non solo al primo… mi sto ancora chiedendo che cosa stia a significare o cosa dovrebbe trasmettermi.
A chiudere il disco troviamo una “Chasing Birds” suonata e composta molto in stile Beatles ed Eagles, che lascia molto desiderare… sono un’amante delle canzoni lente, melodiche, ma di quelle fatte bene.
A chiudere il disco troviamo “Love Dies Young” che fa spiccare per fortuna questo lavoro e la voglia di salvare qualche traccia, questa è la classica canzone mainstream/rock in chiave Foo Fighters, che risulterebbe ottima in un disco composto interamente così.
Insomma, poche tracce memorabili, tra le quali cito: “Love Dies Young”, “Holding Poison”, “Waiting On A War”, “Medicine At Midnight”, “No Son Of Mine”.
Il risultato finale è un album che risulta poco ispirato, a corto di energie e che va alla ricerca disperata di una componente pop già vecchia da 20 anni.
Peccato, perché da Dave e dai suoi Foo Fighters dopo una certa maturazione musicale, mi aspettavo molto, ma molto di più.
Aggiungendo l’aiuto ricevuto in studio da Greg Kurstin, che ha co-prodotto il lavoro insieme alla stessa band di Seattle, Darrell Thorp, che l’ha registrato, e Mark Stent, che ha mixato un disco di soli 36 minuti, suona tutto troppo pop.

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