DESSIDERIUM – Shadow Burn

by Jacopo Silvestri

Dessiderium è il progetto solista di Alex Haddad, già conosciuto per la sua militanza negli Arkaik in veste di chitarrista dal 2018. Il musicista è anche noto per l’attività, presente o passata, in altre formazioni, anche come turnista, ma questa one-man band è il suo maggior interesse in ambito musicale, come si può evincere dai tre album pubblicati dal 2013 a oggi. “Shadow Burn”, uscito lo scorso 25 giugno, è il suo lavoro più recente, e racchiude in otto brani lo stile di questo progetto, un death metal con molte arie sinfoniche, progressive e melodiche, che scorre rapidamente e si fa apprezzare per l’ottimo coinvolgimento.

Per creare l’atmosfera dell’ascolto il musicista si è ispirato a colonne sonore di film e videogiochi, rendendo queste idee di base più aggressive e adattandole al genere suonato. Non a caso i sintetizzatori e la base sinfonica del lavoro sono due elementi fondamentali e onnipresenti che sorreggono il susseguirsi rapido dei riff. Le scelte stilistiche talvolta rimandano anche a un black metal melodico in stile Dark Fortress, nei momenti più schietti come nell’apertura dell’album, con la title-track che fin da subito non lascia prigionieri. L’aggressività è parecchia, ma c’è comunque spazio per parti cantate in pulito, valorizzate specialmente dalla funzionale alternanza con scream e growl, che dona un valore aggiunto a brani come “Mother”. Continuando l’ascolto si incontrano anche dei momenti in cui si sente una parte strumentale vagamente riconducibile agli Arkaik, altra band di Haddad come detto in apertura. Per fare un esempio anche in questo caso, prendiamo in considerazione “Streaks”, che comunque mette in mostra anche un approccio più tendente a delle influenze progressive rispetto al technical death metal; strade simili per certi aspetti, ma allo stesso tempo ben distinte.
Nella seconda metà del lavoro si nota qualche passaggio tedioso che, purtroppo, impedisce all’album di segnare un definitivo passo in avanti nella carriera del progetto. La formula continua a essere la medesima dei pezzi precedenti, ma brani come “Cosmic Limbs” e la conclusiva “God’s Throat”, pur contenendo riff spaccaossa e interessanti, non riescono a lasciare il segno, principalmente perché alla rabbia accattivante si oppone anche una genericità velata ma costante, che alla lunga comincia a gravare.

Rispetto al precedente “Rain Gates”, rilasciato nel 2017, si sentono dei cambiamenti, ma principalmente dal punto di vista compositivo. Per quanto riguarda la qualità, questo nuovo lavoro si attesta sui livelli già raggiunti da Haddad, senza riuscire a progredire. Si tratta comunque di un disco valido che offre un death metal dall’approccio moderno, che non farà gridare al miracolo, ma si fa ascoltare volentieri nonostante qualche piccolo scivolone nel finale.

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