BEYOND FORGIVENESS – The Great Wall

by Matteo Avola

Innumerevoli, oserei dire, sono state la band passate e attuali che si discostano dal classico metal fatto solo di violenza, ignoranza e troppa aggressività. L’origine di tutto cio’ fu nel 1995: quattro anni prima nacque il grunge, movimento musicale rivoluzionario che ridicolizzava il perbenismo musicale dei dieci anni precedenti. Molto più lontano, nelle terre del Nord, nacque il black, genere tutt’altro che leggero. Passati quattro anni avvenne un immediato mutamento tra i divoratori di novità musicali: il grunge svanì dopo la morte di uno dei suoi massimi esponenti e il black cominciò a orientarsi su tematiche dai toni romantici. Gruppi emergenti misero insieme sonorità death assieme a strumentazioni classiche quali violini, violoncelli, pianoforti e tastiere; sperimentarono nuovi approcci stilistici facendo uso anche di elementi inusuali per ciò che sarebbe nato. E ci riuscirono. Gli opposti si attrassero, ed è così che è nato il metal gotico e sinfonico.

Dopo questo incipit da almanacco della musica, vado a presentarvi la band symphonic in questione. Di provenienza americana, il gruppo ha avuto i suoi natali nel 2009 a Fontain, nel Colorado. Con svariate influenze come Macbeth, Sirenia e i primi Epica danno alla luce nel 2016 l’EP “The Ferryman’s Shore” per poi giungere al 2017 con il loro primo full-length. Sin dalle prime note di “The Great Wall” si possono subito notare i vari stili compositivi presi in prestito da altre band. Le loro lunghe suite orchestrali-chitarristiche raggiungono vette di totale epicità per ridiscendere in quieti momenti acustici, mentre per quanto riguarda l’elemento vocale, fanno un uso smodato del “Beauty and the Beast” adottato dai Theatre of Tragedy a metà anni ’90. Si incomincia con “End of Time“, con le tastiere che introducono il brano con un ritmo allegro e magico, dopodichè entrano le chitarre dirompenti che si aggregano alla melodia tastieristica formando una cosa sola. La voce di Talia Hoit a primo impatto non sembra entusiasmare, ma con la title-track il parere è del tutto diverso: inizialmente qui assume un impostazione lirica, per poi passare a una voce soave e celestiale. Tra i brani che eccellono in tutto quanto l’album vi sono la sireniana “Never Before“, la commovente ballad “Dream Before I Sleep” e la finale “Every Breath“, che sembra trasportarci in una Contea cinematografica grazie all’uso dei flauti. Un album che ha sia i suoi pro e i suoi contro. Gli amanti del genere non possono di certo farselo scappare, ma di contro, a parte qualche brano, nel suo complesso mostra ben poca originalità anche se, di certo, il symphonic oramai ha ben poco di originale. Rispetto agli iniziali vagiti novantiani del genere trattato, questo lo si può quasi definire come un album più volto ad inserirsi nel mercato come mero prodotto mercato musicale piuttosto che qualcosa mirato a suscitare nell’ascoltare il senso di malinconia di cui il symphonic ne è intriso.

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