OPETH – “I musicisti, soprattutto i più grandi, sono stranamente vulnerabili”

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In quest’occasione abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con la mente degli Opeth, Mr. Mikael Åkerfeldt; si dice che dietro un grande artista si debba nascondere un grande uomo ed in questo spazio abbiamo cercato di approfondire un po’ la conoscenza, oltre alla sua arte. Buona lettura!

 

Ciao! Benvenuto su Metalpit Mikael, è un piacere parlare con te, grazie per questa opportunità.
Per il ventesimo anniversario di “Blackwater Park” -uno dei migliori dischi metal- ne avete pubblicato un’edizione limitata rimasterizzata in vinile. Vi considerate amanti della musica analogica o abbracciate volentieri le innovazioni tecnologiche dell’era digitale?
Credo che non abbiamo scelta, io direi di essere un “vinil guy” e preferisco sperimentare la musica da una fonte analogica piuttosto che da una digitale. Anche se non è molto conveniente, soprattutto mentre si viaggia, mi sento come se portassi maggiore rispetto alla musica quando la ascolto dal disco quindi, per mio gusto personale, preferisco decisamente l’analogico, mi piace ascoltare la musica in formato fisico. Ma ovviamente dobbiamo raggiungere più persone attraverso le piattaforme digitali come Spotify; non sono più contro in realtà, c’è stato un momento in cui pensavo che fossero tutte merda sinceramente, ma ora è la realtà ed in questo modo abbiamo raggiunto molte più persone che non avremmo potuto raggiungere solo con CD e vinili.

Uno dei tratti distintivi degli Opeth è la dissonanza; chi scrive i riff dissonanti più crudi e stridenti fra te e Fredrik?
Sono sempre stato io lo scrittore principale negli Opeth sin dall’inizio. Immagino -nonostante anche Fredrik apprezzi molto la dissonanza- di essere io essendo ispirato dalla band canadese Voivod che per me è stata molto importante (ci sono cresciuto!) ed aveva molta dissonanza nella sua musica, la quale mi ha fatto pensare “come fanno a fare questa cosa?”; quelle erano le mie radici solide all’inizio e siccome sono stato il principale compositore immagino di essere io quello che tira fuori la maggior parte dei riff. Ciononostante quando Fredrik scrive dei riff solitamente incorpora anche molta dissonanza, il che è apprezzato.

Avete sempre avuto uno stile molto personale, ma lo “stacco” fra Blackwater Park e l’album precedente è netto; l’arrivo di Steven Wilson ha dato un’ispirazione più progressive alla band o i tempi erano già maturi per quella evoluzione?
È divertente che tu dica questo perché in un certo senso, connetto sempre Still Life col suo successore Blackwater Park. Per me sono quasi simili, ma posso anche dire che ci siano molte differenze fra i due. Voglio dire, musicalmente sono scritti in modo simile ma dal punto di vista della produzione sono abbastanza differenti. Penso che sia qualcosa di cui devo credito a Steven Wilson, è arrivato per aiutarci a produrre questo album [Blackwater Park] e ci ha permesso di raggiungere dei traguardi sonici che non avremmo saputo come raggiungere.

Intendi dal punto di vista del suono?
Sì, si può dire che abbia abbellito la nostra musica molto più di quanto avremmo potuto fare senza di lui. È ciò che mancava in Still Life ed in quasi tutti i dischi prima. C’è decisamente un “prima e dopo” rispetto a Blackwater Park nella carriera degli Opeth. Credo che siamo diventati più audaci con la produzione ed in una certa misura anche nella composizione.

Parlando di prima e dopo: prima di usare le chitarre PRS, quale modello di chitarra era il tuo preferito? Cosa ti ha portato a cambiarlo?
Questa è una bella domanda, in realtà. Sinceramente all’inizio suonavo ciò che potevo permettermi: non avevo soldi, seriamente (ride), avevo una chitarra Yamaha con la quale ho prodotto i primi due album e che ho avuto per la maggior parte del tempo; successivamente ho acquistato una chitarra personalizzata abbastanza brutta chiamata Paul Chandler, la conosci? Amo quella chitarra – e in ultimo ho preso in prestito una delle chitarre Rhoades-style Jackson di Peter. Per Blackwater Park avevo appena comprato la mia prima PRS dal chitarrista dei Katatonia; da quel momento in poi ho usato sempre le chitarre PRS in studio e occasionalmente una Fender Stratocaster, una Gibson SG o una Les Paul, posso dire che Blackwater Park sia stato l’inizio dell’era PRS.

Se gli Opeth dovessero riregistrare tutti i loro album senza distorsione, quale sarebbe meglio classificato come jazz?
Ah bella domanda, mio dio… Sinceramente, al momento devo pensare rapidamente ma credo che i più adatti sarebbero il primo o il secondo, Orchid oppure Morningrise, sicuramente non Blackwater Park.

“The Sorceress” è stato spiazzante; per coloro che sono abituati agli Opeth di “Godhead’s Lament” questa psichedelia ed il basso che ricorda un mantra che ti entra nelle ossa, risultano una svolta davvero affascinante. Oltre la title track, l’intero lavoro sembra nato da un’ispirazione molto diversa dalle precedenti; c’è qualcosa in particolare che ha inspirato questa sinergia di parole e suoni, qualcosa che vi abbia condotti a questa mutazione?
Questa è una bella domanda, adesso sto votando le tue domande (ride) ma è difficile da dire; per me, l’ispirazione dietro tutta la musica che compongo deriva al 70% da musica di altri artisti, anche testi di altri artisti e al 30% da me, credo. Questa “sinergia” deriva dalle mie numerose influenze derivanti da così tanti generi diversi, una delle ragioni per cui gli Opeth suonano come sapete e in definitiva uno dei motivi per cui abbiamo avuto il nostro successo, è che a volte siamo una band metal o death metal, a volte abbiamo un’allure più progressive. Questo è dovuto al fatto che non ascoltiamo realmente la musica che suoniamo, sai a cosa mi riferisco. Dunque, soprattutto mentre stavo scrivendo per Still Life e Blackwater Park ascoltavo quasi esclusivamente altri generi di musica che non avevano niente a che vedere col sound degli Opeth: per esempio una canzone come “The Drapery Falls” è stata ispirata da Stevie Wonder, suonavo un sacco di musica di Stevie Wonder, soprattutto dal suo disco “Innervisions”. Per noi, la chiave definitiva per il successo è raggiungere influenze che non hanno praticamente niente a che vedere col nostro sound. Lo stesso vale per i testi: testualmente, non ho tratto ispirazione dalla letteratura gotica, l’ho ricevuta da testi di altri artisti o in alcune occasioni dalla poesia.

È giunto il momento di alcune domande personali: c’è qualcosa nella tua lista dei desideri che ti piacerebbe realizzare, sia nella vita privata che nella carriera musicale, in futuro?
Bella domanda! Le tue domande sono belle (ride). “Lista dei desideri” è un termine così moderno… Ho sempre desiderato avere un negozio di dischi. Sempre, dall’inizio. Non so se succederà realmente, per ora è solo un’idea che sto condividendo con un mio collega musicale che possiede un negozio di dischi. Non è propriamente nella lista dei desideri, è più un piccolo sogno il possedere un negozio di dischi con la mia fidanzata. Mi piacerebbe avere un posto nel quale le persone possano bere un caffè mentre ascoltano ottima musica e avremmo l’occasione di suonare alcuni grandi dischi… Tipo un ritrovo per amanti della musica. È uno dei miei sogni ma a parte questo… Sono un padre, la mia vita non è più incentrata su me stesso, desidero che le mie figlie siano un giorno delle donne felici. Quando ero giovane ero concentrato su ciò che volevo ma ora che sono vecchio, mi interessa delle persone che ho intorno. Voglio essere sicuro che le persone che mi circondano siano felici. Le persone aprono negozi continuamente, decisamente non è impossibile ma è difficile trovare vinili sul mercato di questi tempi. Vorrei creare il mio personale “negozio preferito” dunque dovrebbe essere molto specifico e non deve necessariamente essere finalizzato al guadagno, non ho bisogno di pagarci l’affitto! Semplicemente mi renderebbe felice lavorare lì.

Hai mai vissuto nella tua vita un momento così difficile da farti prendere in considerazione l’idea di rinunciare alla musica? Se si, cosa ti ha spinto a continuare?
Beh, oserei dire almeno un centinaio di volte nel corso degli anni. Quando sei un musicista come me… I musicisti sono stranamente vulnerabili, molti di loro, soprattutto se sono fra i più grandi. Ci sono musicisti che si limitano a suonare musica di altri e non è che si sbattano tanto, ma coloro che compongono la propria musica sono quasi in una posizione isolata: hai tanti, tanti dubbi su qualsiasi cosa tu faccia e se sia giusto o magari se sia ciò che realmente desideri fare. Ti offusca così tanto che diventa quasi pauroso iniziare a scrivere qualcosa di nuovo, se capisci cosa intendo. Che succede se non ti viene niente? Che succede se non è abbastanza buono? Sei così spaventato di adattarti a ciò che hai sempre fatto. Quindi è molto strano e un po’ patetico, in realtà (ride).

È una scelta difficile da fare, hai anche una vita privata.
Perché investi così tanto, io ho anche un lavoro normale, essere un musicista non è come un ordinario lavoro a turni da 8 ore in cui vai a lavoro e poi torni a casa ed hai finito. Non molli mai i pensieri, è pensare costantemente a ciò che stai facendo, non lasci mai realmente il lavoro. Non mi preoccupo di me stesso in tal senso o del modo in cui mi piacerebbe essere visto, è più qualcosa che nasce da dentro, il tuo rapporto con te stesso. È per questo che lo definisco patetico; sono così sensibile, vulnerabile ed insicuro et simila. È difficile da spiegare.

Direi che più che patetico, tu sia semplicemente un essere umano.
Beh sì, è vero, ma un sacco di vite umane ruotano attorno a ciò che fanno e ciò che definisce le loro persone. Quando sei un musicista c’è questa sorta di legge non scritta che tu debba essere “grato” e felice riguardo ogni cosa, avendo costruito tutto ciò che riguarda la tua vita mantenendo le tue idee e non essendo assunto da qualcun altro. Quindi molte persone pensano che tu non abbia niente di cui lamentarti, dovresti essere felice quando vivi di ciò che ami. È una specie di pressione insormontabile. È difficile da dire, non mi sto lamentando, è solo una strana posizione in cui trovarsi quando sei un musicista creativo e compositore, non è semplice come potrebbe sembrare.

Molti anni dopo la tua esperienza con i Katatonia, quali sono i tuoi ricordi più cari? Considereresti una futura nuova collaborazione con la band?
Non ne sono sicuro. Ho parlato con Jonas [Renske, cantante] due giorni fa, è il mio migliore amico da quando avevamo 17/18 anni circa quindi più di 30 anni. Non credo che collaboreremo su qualcosa di simile a ciò che è stato visto in passato, in cui ho cantato negli album dei Katatonia, ma più probabilmente inizieremo un nuovo progetto. Siamo più orientati verso il fare qualcosa di nuovo, parliamo dei vecchi tempi perché Jonas e io abbiamo avuto qualsiasi genere di band negli anni, anche una country, quindi non si sa mai.

Solo un’ultima domanda e ti lascio andare: c’è una canzone che potrebbe essere considerata il tuo “piacere proibito” da ascoltare rigorosamente in solitudine?
No, non credo nei piaceri proibiti quando si tratta di musica, non mi vergogno di nulla riguardo al tipo di musica che ascolto, davvero. Mi importava quando ero più giovane, quando volevo “essere adeguato”, ma ora ho 47 anni e credo che non ci sia niente del genere.

Era la mia ultima domanda, spero vivamente di incontrarti di persona al vostro prossimo concerto a Roma nel 2022.
Sono sicuro che succederà, mi piacerebbe suonare al Colosseo in futuro, quella costruzione meravigliosa… Speriamo. Voglio davvero suonarci!

Sarebbe fantastico! Grazie mille di esser stato con noi.
Grazie a voi, buona giornata!

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