1991: 10 dischi indimenticabili

Nel 1991 accaddero molte cose, sono indubbiamente numerosi gli eventi che segnarono quest’annata.
Ad esempio in Italia vince Sanremo, Riccardo Cocciante con “Se Stiamo Insieme”, al cinema troviamo film come “Paprika”, “The Doors” e “Il Silenzio Degli Innocenti”, ad aprile si dimette il VI governo Andreotti, nel mondo della musica ci lasciano Eric Carr e Freddie Mercury, nel 1991 inizia lo sviluppo del kernel Linux, molti stati come la Moldavia, l’Ucraina e la Bielorussia dichiarano la propria indipendenza, mentre in Iraq e Kuwait viene conclusa la storica Guerra Del Golfo.
Negli Stati Uniti fu l’anno che il fenomeno chiamato grunge, deflagrò, ma ricordare il 1991 solamente per questo è molto riduttivo, infatti quell’annata è stata importante perchè ha gettato le basi per quella che sarebbe diventata la musica dei venti/trenta anni successivi. Perché?
Perché se in quell’anno vi avessi detto che questi 10 dischi, (e non solo questi) avrebbero fatto la storia della musica partendo dall’hard rock classico, passando per quello melodico, il punk, il grunge e arrivando al thrash metal, forse molti di voi non mi avrebbero creduto.  E’ normale, perché alcuni “movimenti” stavano ormai morendo, altri nascendo e quindi non si capiva bene in che direzione stesse andando il music business.
Un po’ come oggi, a differenza che nel 2021 ci sono molti più generi musicali, la musica è diventata molto più “usa e getta” e quella che passa in radio è tutt’altra roba, riflettendo anche sul fatto che gli artisti underground si ritrovano ad essere come pesci piccoli in un mare che purtroppo sembra proprio non essere vivibile per tutti.
In questa nostra rubrica non abbiamo voluto citare i dischi più venduti, o i dischi più commerciali di quell’anno, ma semplicemente quelli che ci sono piaciuti di più personalmente e che comunque non significa che siano lavori minori.
Tra gli album non elencati nella classifica, ma sicuramente non trascurabili, ci sembra corretto citare: i Pennywise con l’omonimo album, i Red Hot Chili Peppers con “Blood Sugar Sex Magik”, i Dark Angel con “Time Does Not Heal”, i Motorhead con “1916”, i Pearl Jam con “Ten”, i Voivod con “Angel Rat”, i Queen con “Innuendo” i Savatage con “Streets: A Rock Opera”, gli Skid Row con “Slave To The Grind”, i Soundgarden con “Badmotorfinger”, gli L.A. Guns con “Hollywood Vampires”, i Metallica con il “Black Album”, i Guns N’ Roses con “Use Your Illusion I & II” ed infine gli U2 con “Achtung Baby”.
Siete pronti a fare un tuffo nel passato di ben 30 anni?
Buona lettura!

Europe – Prisoners In Paradise
Partiamo dal presupposto che questo è il mio disco preferito degli Europe, poi sul piatto mettiamo anche il fatto che il sound non si discosta molto dai due precedenti, ed infine vorrei aggiungere che è stato l’ultimo disco indimenticabile della band dal 1991 ad oggi; ma tutto ciò non influirà in alcun modo, in ciò che scriverò a proposito di questo “Prisoners In Paradise”.
Dietro le quinte di questo lavoro abbiamo Beau Hill, noto per avere prodotto i dischi di gruppi e artisti come Alice Cooper, Winger, Ratt, Warrant e il molto discusso “Love Is For Suckers” dei Twisted Sister;
in formazione abbiamo per la seconda volta Kee Marcello e non John Norum, mentre come ospiti troviamo Eric Martin (Mr. Big) nella canzone di apertura “All Or Nothing” e Nick Graham in “I’ll Cry For You”.
Il disco è in linea con un nuovo stile intrapreso qualche tempo prima, più “americanizzato” che comunque funziona e questo è apprezzabile, coinvolgente, capace di emozionare e allo stesso tempo Marcello si rivela essere di nuovo un gran chitarrista, probabilmente anche al di sopra di Norum come tecnica ed espressione musicale.
Il 1991 è un’annata che inizia a dar spazio a quello che verrà in futuro, ovvero, le camice di flanella a quadrettoni, i visi tristi e depressi dei grungettoni, gli unplugged di qualsiasi band su MTV, togliendo spazio ad esempio a generi come l’hair metal, il pop metal, il thrash metal e a tutte le componenti quali per esempio i giubbotti di pelle (o chiodo), i capelli lunghi cotonati, le borchie ed i jeans stretti e strappati; insomma l’ascesa di un nuovo mondo è iniziata.
Pur vedendo che il mondo stava cambiando, alcune band continuarono a proporre la loro musica, fedele al loro passato, come in questo caso fecero i nostri amici svedesi.
Il disco si apre con una classica song, in tutto stile Europe, appunto, riff di chitarra potenti, cori vivi e coinvolgenti, ed infine il tocco magico: un ritornello melodico e decisivo che ti entra in testa e non se ne esce più per i prossimi 20 anni o più.
“Halway To Heaven” è un’altra elettrizzante canzone con dei potenti cori che prendono l’ascoltatore e lo fanno continuare a cantare, ma non finisce qui, perché “I’ll Cry For You” pur essendo una ballad romantica abbastanza classica, ha dei giri di tastiere e chitarra memorabili, ottima la combinazione Michaeli/Marcello.
Il disco è completo e divertente con canzoni più improntate sullo street rock energico come “Little Bit Of Lovin’ ” e “Got Your Mind In The Gutter” e sull’AOR con la magica “Homeland”.
Unica pecca del disco a mio parere, è “Bad Blood” non è travolgente come tutto il resto dell’album e stanca un po’ col lungo andare del tempo, ma non è assolutamente un problema, il disco rimane sempre un capolavoro di questo lontano 1991.
Ad oggi è uno dei dischi degli Europe di maggiore successo, e nel 2021, dopo ben 30 anni, non c’è motivo per non comprarlo.
Piccole curiosità: Originariamente l’album doveva chiamarsi “Break Free” e la sua pubblicazione sarebbe dovuta realizzarsi l’anno precedente, durante la registrazione del disco sono state scritturate 12 tracce più altre canzoni che all’epoca rimasero fuori dal disco, infatti erano difficili da reperire; ad oggi si possono trovare online, sotto il nome di “Le Baron Boys”, nome scelto appunto perché la band girava su una Chrysler Lebaron.
Fecero anche un concerto al Whisky a Go Go dove presentarono appunto le canzoni, ma solo alcune vennero introdotte nell’album “Prisoners In Paradise”

Danger Danger – Screw It
Il secondo tesoro che rispolveriamo dalla nostra “Top 10” e non solo, è la seconda fatica in studio dei mitici Danger Danger, band glam metal / pop metal nata verso la fine degli anni ’80, che con Ted Poley e co. ha fatto, anche se solo in parte, la storia di questo genere.
Con “Screw It!” la band è rimasta fedele al loro sound, ai loro ritornelli pop melodici ed alle ritmiche morbide.
Qui abbiamo ripassato un disco di puro divertimento, composto da brani come “Slipped Her the Big One”, “Everybody Wants Some”, “Monkey Business” e “Don’t Blame It On Love” che fanno scatenare in me la voglia di cantarli ancora oggi per la millesima volta, un’hard rock così ha una melodia semplicemente invidiabile.
E’ un disco che dopo ben 30 anni suona sempre nuovo, non sa di vecchio, o comunque nessuna di queste canzoni tende ad arruginire, la produzione di questo lavoro è fantastica, pur essendo passati molti anni, tutti i suoni sono sempre perfetti.
I Danger Danger compongono di nuovo un lavoro pieno di grandi ritornelli come nelle canzoni “Monkey Business” e “Beat The Bullet”, le tastiere sempre presenti di Kasey Smith sono un tocco magico per questo disco, soprattutto nella ballad “I Still Think About You” l’ascoltatore viene trasportato in un momento sdolcinato, trascinato in un’altra dimensione, con questa atmosfera quasi surreale, creata soprattutto dall’assolo di Timmons.
A conti fatti sicuramente ci sono band più famose in questo genere, ma poche di loro ha pubblicato album migliori di questo.
Questo lavoro è pieno di quel pop metal potente, deciso, orecchiabile da morire, che non posso “non raccomandare” ai più giovani e meno esperti del genere.
E’ inevitabile che ci sia qualcuno in mezzo a voi che sta leggendo questa recensione e che non ha ancora ascoltato questa band o questo incredibile album, quindi non farò troppi spoiler in questa recensione. Ma una cosa è sicura: se il genere vi piace, dovete assolutamente ascoltarlo.
Piccola curiosità: questo disco venne pubblicato lo stesso anno di “Slave To The Grind” degli Skid Row, ed entrambe le band hanno composto contemporaneamente una canzone dal titolo: “Monkey Business”.

Nirvana – Nevermind
Questo disco ha fatto chiacchierare tantissimo e soprattutto moltissimi, chi di musica ne sapeva ed ascoltava a chili e chi non sapeva nemmeno la differenza tra l’hair metal e l’hip hop.
Pensate che è stato uno dei primi dischi che ho comprato da ragazzino, pur essendo nato nel 1995, lo comprai nel 2010 circa, ero nel momento più “grunge” della mia infanzia da gran ascoltatore e adoratore di musica.
Ancora oggi lo ascolto con piacere e lo adoro, è uno dei pochi dischi del genere che venero e che non mi stufa.
Con tracce come “Smells Like Teen Spirit”, “In Bloom”, “Lithium” e “Stay Away” questo disco ha molta energia pur appartenendo ad un genere molto più “molle” rispetto all’hard rock classico che andava di moda all’epoca della pubblicazione.
Un album così, ad oggi, semplicemente ce lo sognamo, è perfetto in tutto e per tutto, che piaccia o no, poco conta.
Questo è un lavoro che sia all’epoca che oggi piace principalmente agli adolescenti, quelli arrabbiati col mondo intero, la formula silenziosa e rumorosa che i Nirvana hanno creato è stata rubata ai Pixies, come ha anche ammesso Kurt Cobain in passato.
Dunque questa formula piace sin da subito. Piace ancora oggi, perché i suoni sono così pieni di dolore, di rabbia e apatia, accordi potenti ma allo stesso tempo sono ricoperti di tenerezza melodica, che ancora nel 2021 queste note non passano di moda, non invecchiano, “Come Us You Are” e “Territorial Pissings” ne sono due classici esempi.
Ma cosa ha reso davvero “Nevermind” un classico?
Potrebbe essere il fatto che tra il 1989 e il ‘91 i Nirvana sono passati da un’etichetta indipendente a una major, ovvero da Sub Pop all’etichetta DGC di David Geffen, una sussidiaria di MC.
Oppure potrebbe essere merito del loro produttore Butch Vig (che fu tra l’altro la 3° scelta all’epoca), e se invece fosse per le semplici melodie grunge combinate con i testi che rendono chiare le tematiche affrontate?
Come in “Polly” dove tratta la sindrome di Stoccolma o uno stratagemma per effettuare la fuga da un rapimento.
Ciò che è chiaro dalla canzone è la volontà di Kurt di esplorare il lato più cupo della natura umana e la sua acutezza psicologica, come mostrato in questa track, dal doppio pensiero dello stupratore.
Mentre “Something in the Way” è una rarità in quanto si riferisce a un’esperienza identificabile nella vita di Kurt, ovvero, il tempo che ha trascorso a dormire sotto il ponte del fiume Wishkah ad Aberdeen, dove la sua triste e cupa voce viene dolcemente accompagnata dai violoncelli, una chiusura da vincitore di un Grammy.

Steve Plunkett – My Attitude
Questo è un disco “per pochi”, ma davvero pochi!
Perché se in pochi ricordano gli Autograph, in pochissimi avranno ascoltato “My Attitude” di Plunkett, ex leader della band citata.
Steve è un produttore, compositore e cantante statunitense che nella sua carriera ha avuto un discreto successo grazie a “Sign In Please”, “That’s the Stuff” e “Loud And Clear”, ma anche grazie a diverse colonne sonore di serie tv come “7th Heaven” (Settimo cielo), mentre assieme a Peter Beckett, ha composto la traccia “Livin’ the Life”, che sarà inclusa nella colonna sonora del film “Rock Star”, inoltre ha anche composto il brano “Beautiful Day”, colonna sonora della serie tv “Summerland”.
Essendo un fan degli Autograph da anni, scoprii il disco tanto tempo fa e lo adorai dal primo istante.
In questo lavoro, tra l’altro, qualche assolo è stato composto da Steve Lynch (ex-Autograph), ma come si può sentire il disco ha molte note degli Autograph, non si discosta moltissimo da ciò che proponeva la band negli anni ’80.
Ritmi morbidi, ritornelli cantabilissimi, assoli di chitarra morbidi e facili da imparare, la voce di Steve Plunkett si fonde alla perfezione con la musica proposta.
E quelle note di una tastiera che accompagna sempre la sua voce che creano un tutt’uno e fanno sognare ancora, i magici anni appena passati.
“Every Little Word” è uno di quei pezzi pop metal, che sa molto di Bon Jovi, radicato negli anni del magico hair metal ma composto ed uscito solo nel ’91, con un assolo molto bello che rende unico questo brano, mentre “If Had My Way” è la ballad del disco, che con un intro leggero unito alla voce leggiadra di Steve che arriva di soppiatto, rendono questi due brani magici.
“Think About It” sarebbe una canzone perfetta per un film d’amore o comunque un classico romanticone che se fatto e pubblicato nel ‘91, ad oggi si ricorderebbero ancora tutti la colonna sonora, le note magiche della tastiera che si fondono con la voce di Steve, sono una cosa spettacolare.
“My Attitude” è un brano composto sulla qualità e struttura di un classico brano degli anni ’80, cori, assoli brevi tra un ritornello e l’altro, e un ritmo incalzante.
Contribuirono al songwriting nella traccia “So Mysterious” Butch Walker e Jesse Harte dei Southgang.
La seconda parte del disco che contiene canzoni come “Personality”, “Flesh And Desire” e “Dead End Street” sono canzoni più elettrizzanti rispetto alle prime, improntate di più sull’hard rock classico, che fanno si che il disco sia completo per ogni tipologia di ascoltatore amante della buona musica e che soprattutto acquisisca un certo tono, senza scendere sotto le righe e senza comporre brani inutili e buttati lì alla rinfusa, solo per riempire.
Questo non è soltanto un disco solista, perché si tinge di molte sfaccettature, grazie alla vasta qualità e tipologia di brani prodotti da Steve Plunkett, riesce a rendere questo disco unico ed indimenticabile, anche se purtroppo conosciuto da pochissimi.
Se siete amanti del genere, questo è un disco obbligatorio, che poi piaccia o no, è un discorso secondario.
Insomma, quando le note sono ottime, il resto è superfluo.

Overkill – Horroscope
Registrato dopo la dipartita del chitarrista e cantautore di lunga data Bobby Gustafson, “Horrorscope” è probabilmente il disco più pesante e oscuro della band, da molti considerato il disco della massima maturazione artistica e compositiva degli Overkill, pieno di canzoni thrash di qualità come “Blood Money”, “Coma”, “New Machine” e “Nice Day … For A Funeral”.
A differenza delle loro più celebri controparti del classico “Big 4”, gli Overkill non hanno un album assolutamente indispensabile. Tuttavia, hanno costantemente pubblicato dischi duri, molto solidi durante la loro lunga carriera e questo sforzo del ‘91 è senza dubbio uno dei migliori.
Partiamo dal presupposto che la perdita di Gustafson aveva minacciato il futuro della band, ma l’aggiunta dei nuovi chitarristi dà a questo “Horrorscope” un nuovo vantaggio ed una nuova gamma di idee.
Il disco apre con “Coma” che dopo un leggero intro si scatena e prende letteralmente a calci in culo tutti quanti, un pezzo obbligatorio nelle setlist dei loro concerti.
E’ doveroso anche ricordare il lavoro svolto da Sid Falck dietro alla batteria in canzoni come “Blood Money” e “Infectious” che fin dall’inizio si aprono con note veloci e martellanti.
L’energia esplosiva che ha da sempre contraddistinto la band si fa sentire anche qui, ed è presente in ottime dosi per tutta la durata del disco, ma anche la qualità della tecnica è sorprendente, anche una canzone cattiva ed oscura come “Horrorscope” diventa un must della loro discografia, uno slow-tempo che mischiato a quelle chitarre dure e lente rendono il brano pieno di energia che piomba nelle orecchie dell’ascoltatore sfumature tecnical/thrash chiaramente lontane dalle sonorità tipiche di questo genere, ma risulta ugualmente godibile e ben intrecciata nella tracklist.
Da sottolineare la solita e onnipresente cattiveria in stile Overkill con cui vengono cantate e composte le canzoni.
La band ha usato un pianoforte nell’introduzione di “Bare Bones”, il che fa si che questo brano sia davvero unico, brillante e dà alla canzone un’atmosfera particolare, sarebbe perfetta come track di apertura ai loro concerti.
Questo album dovrebbe occupare un posto d’onore in ogni collezione di cd dei veri thrashers.
Ma c’è anche un’improbabile, ma eccellente cover di “Frankenstein” della band di Edgar Winter, che offre una breve tregua da un assalto altrimenti implacabile.
“Horrorscope” è uno dei dischi “Top 3” degli Overkill di sempre ed è un must per i fan della band e del buon thrash old school.
Un disco diretto e genuino, che in questa “Top 10” è doveroso ricordare ed ascoltare.

White Lion – Mane Attraction
Dopo aver pubblicato due capolavori come “Pride” e “Big Game” che vi stra consiglio di andare a cercare se non li aveste mai ascoltati, due anni dopo l’ultima uscita, i White Lion continuarono a comporre e registrare del nuovo materiale, e così nella primavera del 1991, pubblicarono “Mane Attraction”.
L’album venne ben accolto dai fan del gruppo, ma sfortunatamente fallì l’accesso alla top 20 in classifica, non riuscendo a bissare il successo dei due dischi precedenti.
Dopo un breve tour in supporto a “Mane Attraction”, Mike Tramp e Vito Bratta decisero di sciogliere il gruppo con un concerto al “Channel Club” di Boston nel settembre del 1991.
Il bassista James Lomenzo e il batterista Greg D’Angelo lasciarono l’equipaggio poco dopo la pubblicazione dell’album, citando “differenze musicali”, vennero rispettivamente rimpiazzati dai turnisti Tommy “T-Bone” Caradonna e Jimmy DeGrasso (Y&T).
Altri musicisti che composero questo disco furono: Kim Bullard alle tastiere, Jai Winding al piano e Ron Young & Tommy Funderburk ai cori.
Questo è un altro fantastico risultato di una band assolutamente straordinaria. I White Lion sono purtroppo, sempre stati sottovalutati un po’ da tutti e, onestamente, dovrebbero essere ricordati come uno dei migliori gruppi hair metal di sempre, perché non sono stati solo una band dai lunghi capelli, dai fantastici cori e dalle mille note “d’amore” rinchiuse in questi tre album… sono stati qualcosa di più, ma con l’arrivo del grunge e non solo, la band si è persa nel caos.
“Lights And Thunder” è un’opera d’arte di otto minuti, una delle più belle composizioni della band, è diventata la track di apertura in tour e Mike Tramp la usa ancora oggi con la sua band solista, unita a “Farewell To You”, “Broken Heart” e “You’re All I Need” fanno sì che tutto il disco sia indimenticabile, queste sono canzoni incredibili e fanno sì che il disco scorra bene.
“Love Don’t Come Easy” è un’eccellente ballad che avrebbe potuto far parte di qualsiasi radio ed essere comunque un successo.
Altre canzoni da ricordare assolutamente sono: “Warsong” e “Leave Me Alone”, qui la sezione ritmica di James Lomenzo e Greg D’Angelo si fa sentire alla grande, come da sempre risultano un duo fenomenale; anche se la prima tratta temi fuorivianti per i White Lion perchè si parla della guerra e dei pensieri di un ragazzo che diventerà soldato.
Riflessione finale: penso che la band sapesse che la fine dell’epoca “hair metal” era all’orizzonte, ecco perché immagino abbiano fatto il disco che davvero volevano, invece di seguire i criteri della casa discografica.

NOFX – Ribbed
Il 1991 fu anche l’anno in cui il punk californiano iniziò a carburare in vista dell’eplosione di una miriade di nuove band come Green Day, Rancid e Pennywise, avvenuta da lì a poco dopo.
Non sono un grande amante della band, ho sempre preferito altre band punk o hardcore punk come Dead Kennedys e i Pennywise, ma comunque mi sembrava doveroso recensire e ricordare questo importante disco.
A guidare la corazzata sul versante dell’hardcore melodico erano senza dubbio i NOFX, che con “Ribbed” inaugurarono un suono irresistibile e riconoscibilissimo, divenuto il loro futuro marchio di fabbrica, che comunque è stato fortemente influenzato da “Suffer” dei Bad Religion grazie all’amore di Fat Mike per quell’album e alla produzione di Brett Gurewitz.
E’ importante ricordare che questo lavoro ha definito il suono dei NOFX nel ‘91 ed è stato un disco importante ed influente per le band più giovani negli anni ’90 come i Lagwagon.
Prodotto da Brett, ha permesso al disco di superare le impetuose strutture incompiute del debutto “Liberal Animation” (1988) e di suonare un totale di 14 canzoni, la cui bellezza si estende fino ad oggi.
Un disco che fa battere il piede e fare headbanging fin da subito, con canzoni come “Green Corn”, “The Moron Brothers” e “New Boobs”.
La durezza di base delle chitarre, che suonano meravigliosamente in primo piano in “Shower Days” e “Nowhere” rendono i brani pieni di energia, arricchiti da cori che prendono da subito l’anima punk che c’è in noi.
Un brano che è giusto ricordare particolarmente è “Brain Constipation” che risulta leggermente più morbido rispetto agli altri, ma comunque orecchiabile e abbastanza facile da imparare.
“Cheese / Where’s My Slice?” è una delle tracce che suona davvero come i NOFX che sentiremo negli album futuri. È veloce e accattivante e i testi sono ben scritti. Ma questo è seguito da “Together On The Sand”, che è solo una breve canzone scherzosa che non lascia molta impressione.
Un disco che resta tutt’ora nella loro “Top 5” nonostante l’assenza all’epoca di El Hefe.

Mr. Big – Lean Into It
Spesso i Mr.Big sono passati erroneamente inosservati (e dimenticati) un po’ da tutti come i Firehourse, e gli XYZ.
Molto male, perché questa è una band con le palle quadrate, sia per la musica prodotta, sia per gli elementi molto validi che fanno parte della ciurma.
Eric Martin alla voce, il mitico e storico Billy Sheehan al basso, Paul Gilbert alla chitarra e Pat Torpey alla batteria, scomparso tra l’altro da poco tempo.
Ho avuto la fortuna e il piacere di vedere la band al “Gods Of Metal” nel 2011, in scaletta assieme a super band come Europe, Whitesnake e Judas Priest, posso tranquillamente dire che il livello di musica proposto non è sotto le righe, anzi tutt’altro questa è una di quelle band che da sempre mi ha folgorato sia in live che su disco.
“Lean Into In” è la seconda uscita della band dopo l’omonimo e primo disco della loro carriera, che da lì ad oggi, produrrà molti dischi in studio e altrettanti dischi live.
La produzione è di alto livello, tantè che Kevin Elson ha prodotto altri capolavori come “The Final Countdown” degli Europe, “Big Life” dei Night Ranger ed una tripletta non da poco con i Journey.
Il disco raggiunge la top 10 delle classifiche in diversi paesi europei tra cui Austria, Svizzera, Germania e Norvegia, nonché il 15° posto della Billboard 200 negli Stati Uniti.
In più se non lo sapevate ancora… “Lean Into It” è stato certificato disco di platino per le vendite di oltre un milione di copie.
Questo lavoro è come un treno che parte carico, va ad alta velocità e non si ferma, non fa una sosta neanche a morire.
La super scatenata “Daddy, Brother, Lover, Little Boy” che da fuoco alle polveri, con una super sezione ritmica e un Gilbert che suona l’assolo con un trapano con dei plettri applicati in punta. Un gesto che è passato alla storia!
Che dire, una tripletta in entrata non da poco con le successive “Alive And Kickin” e “Green-Tinted Sixties Mind” che danno una spinta fotonica sia a livello vocale sia su quei ritmi che prendono e fanno battere da subito il piede.
Impossibile non nominare “Just Take My Heart” e “To Be With You” che sono due pezzi iconici della musica rock da sempre, canzoni così se ne sentono un po’ poche in quel periodo, stiamo parlando di un momento molto particolare per la musica rock e metal.
“To Be With You” non ha solo un testo super romantico, ma ha quel qualcosa di profondo, la passione, le note della chitarra acustica, insomma questa è l’alchimia perfetta tra 4 musicisti che suonano, come due persone che si amano alla follia.
Ma vogliamo parlare delle rockeggianti “CDFF” e della super sincopata “Voodoo Kiss”? Wow che pezzi! Con ritmi diversi e super assoli del mitico Gilbert danno un calcio in culo al disco e lo rendono emozionante, senza spazi vuoti e con momenti davvero elettrici e naturali dove la band sferra le migliori note della sua carriera.
Canzone assolutamente da ricordare è “Never Say Never” che con un ritmo potente e un Eric con quella voce super squillante ci dà l’ennesima scossa, questa è una canzone che dovrebbe essere fissa nella setlist degli show dal vivo, con quel ritornello che ci entra in testa e non se ne va più, un’altra piccola gemma è “A Little Too Loose” con il suo tocco blues, ci trasporta in un’atmosfera particolare, tutta nostra, l’ascoltatore viene trasportato su un altro pianeta.
Piccola curiosità: La copertina dell’album presenta una foto dell’incidente ferroviario della stazione di Parigi Montparnasse avvenuto nel 1895.

Alice Cooper – Hey Stoopid
“Hey, hey, hey, hey!”
Beccati! Eh si, sento che state già cantando e battendo il piede a tempo, bhe chi non lo farebbe?
Dopo il boom degli anni ’70 con dischi come “Love It To Death”, “School’s Out” e “Million Dollar Babies” nel 1989 Alice Cooper pubblica il vendutissimo “Trash”, due anni dopo conquista di nuovo il pubblico con questo “Hey Stoopid”.
L’album si avvale della collaborazione di ospiti speciali quali Slash (ai tempi ancora chitarrista dei Guns N’ Roses, prima della sua dipartita), Al Pietrelli, Ozzy Osbourne, Vinnie Moore, Joe Satriani, Steve Vai, Nikki Sixx e Mick Mars (entrambi dei Mötley Crüe). È l’ultimo disco di Cooper in cui suona il bassista Hugh McDonald, prima del suo ingresso nei Bon Jovi come membro non ufficiale nel 1995.
Prodotto da Peter Collins famoso per aver lavorato dapprima con i Rush, ed in seguito per aver anche collaborato con artisti come Bon Jovi, Queensrÿche e Suicidal Tendencies.
Il mago dello spettacolo horror rock questa volta bisogna ammettere che ha tirato fuori dal cilindro, o meglio, dalla ghigliottina, un bel disco, probabilmente uno dei più celebri della sua carriera e sicuramente il più bello da quel 1991 ad oggi. Molti sono gli elementi che vi contribuiscono e lo rendono quasi perfetto su ogni punto di vista, il sound è compatto, i cori sono decisi ed elettrizzanti, gli assoli dei vari chitarristi, ospiti del disco, sono a dir poco perfetti e da lì a poco diventeranno storici, come quello di “Feed My Frankenstein”, Cooper rafforza il suo sound con l’utilizzo di più chitarre, infine molte sono le tracks che rimangono in testa subito dal primo ascolto, quali per esempio “Hey Stoopid” e “Love’s a Loaded Gun”.
Dal punto di vista della scrittura, questo lavoro è stato un passo avanti rispetto a “Trash”, gli assoli sono un punto a favore in ogni traccia, “Die For You” ad esempio, scritta dal protagonista con la partecipazione di Sixx & Mars dei Motley, ha un ritornello spaziale e travolgente, a mio parere dovrebbe essere un pezzo obbligatorio nella setlist di ogni live, altra canzone da apprezzare per il gran riff, l’energia sprigionata mischiata all’armonica a bocca è “Dirty Dreams”; nota un po’ triste troviamo alcune canzoni che appaiono un po’ troppo riempitive come “Snakebite” e “Hurricane Years” ed infatti il maestro dell’horror non le porta in scena da parecchio tempo.
Horror, make-up, melodie dirette, chitarre elettrizzanti e teatralità: questi sono gli ingredienti segreti che usa Cooper in questo disco; se non lo avete mai ascoltato, vi conviene recuperarlo prima che scatti la ghigliottina!

Sepultura – Arise
Ultimo in questa top 10, sicuramente non per bellezza o importanza, anzi! La band brasiliana nota ormai da un sacco di tempo, per dischi come “Beneath The Remains” e appunto lo storico “Arise”, grazie ai quali la band raggiunse il suo apice compositivo.
I fratelli Cavalera fondono il thrash metal classico, al groove e al death metal duro e crudo, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.
“Arise” è l’album che incarna i Sepultura come il grande contendente ai “Big Four” e appartiene alla lista degli “Album che dovresti ascoltare prima di morire”.
Igor è il cuore della band e non solo, dietro alle pelli, in questo disco dimostra di essere molto importante e la sua impronta musicale si sente notevolmente, poiché il suo stile unico fa molto per spingere sui riff duri.
Sono numerose le volte durante l’ascolto dell’album, in cui la batteria è al centro della scena e porta avanti l’album con completa ed assoluta fluidità, per non parlare di quel suono tribale che sarebbe diventato un marchio di fabbrica delle registrazioni successive.
La batteria di Igor è, ancora una volta, incredibilmente precisa, essendo il motore che alimenta questo furioso attacco thrash.
Molti dovrebbero avere familiarità con la traccia del titolo di apertura, che inizia l’album nel miglior modo possibile, con riff veloci e voci minacciose, “Arise” suona ancora cattiva dopo ben 30 anni! Anche i successivi due brani “Dead Embryonic Cells” e “Desperate Cry” sono eccellenti, la prima sebbene abbastanza veloce e pesante di per sé, porta uno dei primi cambiamenti in tutto il metal, stabilendo il modello e lo standard per le band a venire. “Desperate Cry” è quasi quella che si potrebbe chiamare la traccia più melodica dell’album, con alcuni riff abbastanza duri ed avvincenti, sicuramente troviamo gli assoli di chitarra più notevoli dell’album.
Gli assoli di Andreas Kisser sono sparati in modo selvaggio e fuori controllo quanto i suoi solisti sono di buon gusto, formando ancora una volta la combinazione perfetta con la chitarra ritmica di Max.
Piccola curiosità: la versione rimasterizzata includeva una cover dei Motorhead “Orgasmatron” e diversi brani inediti per i quali vale la pena avere questo disco e ascoltarlo. A mio parere l’apice del loro successo è stato con “Arise”, questo lavoro e nessun’altra uscita più recente potrebbe completarlo.
Ancora oggi il disco risulta essere una vera bomba, se vi piace il metal che pesta, questo disco vi spaccherà in due.

 

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